La notte era ormai arrivata da un pezzo. Il cielo senza stelle era illuminato semplicemente dalla fioca luce di uno spicchio di luna. Nella foresta le ombre degli alberi assumevano strane e terrificanti forme, che ricordavano essere demoniaci, esseri che popolano gli incubi più profondi. Sarebbe venuto a piovere da un momento all’altro.
Demar correva per i sentieri in quella notte di tenebra, assalito da strane paure. Al rumore del suo passo pesante, dei suoi piedi che battevano pesanti sul terreno umido, se ne univano altri striscianti e sinistri, congiungendosi poi al sottile ululato di un lupo.
“Devo trovare un posto dove passare la notte”. Pensava il possente uomo, mentre scappava verso una meta a lui sconosciuta.
La pioggia cominciò a cadere, bagnando così i suoi capelli biondi e l’armatura che portava addosso. I suoi occhi grigi si fondevano con il paesaggio notturno.
Ma per sua fortuna, fu dopo poco che , in lontananza, cominciò a intravedere delle luci, il suo barlume di speranza. Era una locanda, una piccola e modesta locanda con il tetto spiovente di legno.
Si affrettò nella sua direzione, battendo i piedi nel fango che ormai gli aveva sporcato i pantaloni.
Quando fu arrivato, salì delle piccole scale e piano spinse l’uscio per ritrovarsi, poi, inondato da una calda e rassicurante luce. La porta, apertasi con un sonoro scricchiolio che non lo fece passare inosservato di fronte agli occhi dei presenti, gli rivelò uno scenario rassicurante ed un ambiente confortevole, a prima vista; avventori che facevano strani giochi con le carte, boccali di birra tintinnanti, un comodo divano addossato ad una parete, per chi avesse voluto riposarsi senza ritirarsi in una delle stanze che, essendo una locanda, l'uomo supponeva si trovassero al piano superore. Il locandiere era intento nel pulire alcuni boccali lasciati sul bancone da probabili precedenti avventori, e in tutto il locale si poteva respirare a pieni polmoni l'odore del luppolo, particolarmente buono da quelle parti, dal quale veniva estratta la pregiatissima birra che l'oste vantava, proprio in quel momento, di avere prima degli altri nella zona.
Il cuore smise di battere all'impazzata, e gli occhi di Demar assunsero un'espressione più serena; anche i muscoli facciali non erano più tesi, e, sopraffacendo la tensione, uno stimolo quasi naturale sopraggiunse: rifocillarsi.
Demar mosse qualche passo nella grande stanza, guardandosi attorno: tutti i tavoli erano pieni, inoltre lui desiderava stare in disparte; l'unica alternativa possibile era il bancone, dove era seduta una donna. Lì era convinto di poter trovare un po' di pace.
Si sedette su uno sgabello, buttandosi li senza un minimo di grazia, non che gliene importasse molto in verità.
«Una birra» disse al locandiere che già aveva cominciato a squadrarlo come se non avesse mai visto un uomo in vita sua.
Demar, leggermente infastidito, cercò di non farci caso e aspettò pazientemente la sua bevanda mentre si dava un occhiata in torno. Il locale era gremito di gente. Ce ne era così tanta che si sentiva stretto. Ma la sua attenzione fu colta dalla solitaria ragazza, molto bella, seduta alla sua sinistra. Anche lei in disparte, con un bicchiere tra le mani, indifferente a tutto ciò che succedeva attorno a lei.
Demar fu spinto da un incontrollabile voglia di parlarle, anche se non ne capiva il motivo. Forse perché la vedeva più simile a lui di chiunque altro.
Cominciò a fissarla, perché stranamente i suoi occhi non ne volevano sapere di guardare altrove.
«Hai qualche problema?» chiese lei ad un certo punto, girandosi dalla sua parte esasperata e incollerita.
«Una ragazza come te non dovrebbe starsene da sola a bere» disse mentre prendeva al volo la birra che il locandiere aveva fatto scivolare sul bancone. Cominciò a sorseggiare la calda bevanda che donò nuovo vigore ai suoi stanchi muscoli.
«oh, certo. Magari dovrei farlo con te» disse la ragazza alzandosi e posando bruscamente il boccale sul banco.
In tutta la stanza corse un brusio spaventato, come se ciò che aveva appena osato fare lo sconosciuto fosse una delle cose più sbagliate del mondo.
«Si.» La risposta di Demar fu lapidaria, e lasciò un tantino stupita la donna; Demar non perse tempo, in quella battaglia verbale: «Adesso che ho ammesso il misfatto, cosa vorresti farmi?»
Sapeva di non correre alcun pericolo, non vedeva muscolatura prominente nel corpo della donna.
Tuttavia continuava a gettare fulminee occhiate alla clientela, che sembrava stare lì immobile come se lui avesse commesso un sacrilegio: nel giro di qualche attimo cominciò a preoccuparsi sul serio.
La donna infatti, confermando le aspettative, veloce quanto una serpe nel mordere, sfoderò un pugnale che puntò in men che non si dica al collo di Demar, il quale non si spaventò più di tanto: «Bellezza letale» disse, deglutendo a fatica.
«Già» disse lei continuando a puntargli quel lungo pugnale alla gola.
«Tu non hai la benché minima idea di con chi hai a che fare» disse la donna con una voce lenta e sottile.
Demar si guardava intorno cercando di cogliere le espressioni degli altri. Avevano tutti la stessa faccia: spaventata, ma al contempo pronta a scattare nel caso si fosse scatenata una rissa.
"Patetici…" pensò Demar.
«No, in verità» rispose.
La donna scostò piano il pugnale dalla gola dell’uomo mantenendo sempre la stessa espressione dura e decisa.
«Non provare mai più a rivolgermi la parola» disse lei prendendo il suo boccale e andandosi a sedere ad un tavolo, in un angolo della grande stanza.
«Ma chi è quella?» chiese poi il cavaliere all’oste, mentre sorseggiava la sua birra.
«Non lo sai?»
«Perché, dovrei?» disse lui noncurante, ma in realtà incuriosito da tutta quella situazione.
«Si chiama Calime» disse l’uomo dietro il banco «È una delle mercenarie più famose del regno… non la conosci?»
«Ah... ne ho sentito parlare» disse Demar. Era una famosa ricercata. Prestava i suoi servigi a persone spregevoli, quelle che lui era solito “eliminare”. Ma non l’aveva mia vista in volto.
«Non sembra lei, all’apparenza» disse poi continuando a bere «Sembra più una bella dama di corte. Ha un aspetto molto nobile.»
L'oste agitò un dito accusatore: «Non farti ingannare; è ben più potente di quello che hai visto, dicono sia stata capace di trucidare l'intera guardia reale in un giorno, ed assalire persino il sovrano in persona»
«Ah, però... quindi era lei? E come finì la storia? Perdonami ma non ricordo molto bene»
«Oh, fu tutto molto rapido nel risolversi: un tizio della retroguardia si riprese con una bevanda e la attaccò alle spalle»
«Beh, ciò non toglie che quella donna sia una formidabile guerriera. Chissà» continuò Demar «Magari avrò occasione di misurarmi con lei in battaglia. Sarebbe divertente, ne sono sicuro.»
«Voi siete pazzo, mio buon uomo»
«Lo credo, oste. Non sarei divenuto un cavaliere, altrimenti.»
Le ore passarono lentamente, finché nell’intero locale non furono rimasti solo ubriachi fradici che si lanciavano occhiate a vicenda, il cavaliere e la misteriosa donna.
Demar si avvicinò, così, al locandiere. Aveva bisogno di una camera per riposare, il giorno dopo sarebbe dovuto ripartire presto.
Nello stesso istante, anche la ragazza si mosse lentamente verso il banco, e con un movimento sinuoso e agile, sorpassò Demar.
«Voglio una camera vecchio» disse battendo un pugno sul banco di legno. L’oste assunse un espressione spaventata e corse a prendere la chiave dell’ultima stanza rimasta.
«No, aspetti!» disse in tempo il cavaliere. «Ne vorrei una anche io»
«Mi dispiace, mio buon signore. Ma mi è rimasta solo una stanza.» disse il locandiere sempre più nervoso. Voleva uscire presto da quella brutta situazione.
«Beh per me non c’è problema» disse Demar «Divideremo la stanza» sorrise.
La donna fece una grande e lunga risata. «Solo perché ti ho risparmiato prima, bello, non significa che lo faccia anche stavolta. Non ho nessuna intenzione di condividere la mia stanza.»
«Beh mi dispiace» disse l’uomo prendendo le chiavi dalle mani dell’oste «Stavolta sarai costretta».
Demar principiò a camminare per raggiungere le scale: «E poi... non mi dispiace fare baldoria combattendo prima di dormire» disse, dopodiché, raggiunto il primo gradino, fece per appoggiarvi la pianta del piede, ma fu trattenuto e tirato indietro da una mano.
Calime infatti, aggrappandosi alla spalla di Demar e trascinandolo all'indietro, spiccò un salto che la fece atterrare sul terzo gradino; i clienti, ormai troppo sbronzi, non si accorsero di nulla.
«Dovremo pur dividere la camera, caro il mio impacciato guerriero» disse la donna «ma voglio la chiave. Subito.»
«Potevi rubarmela furtivamente» rispose a tono Demar «ti sei lasciata sfuggire una possibilità: non te ne offrirò un'altra». Detto questo, l'uomo incastrò la chiave nella cotta di maglia che indossava, e salì le scale con calma.
Arrivati davanti la porta, Demar estrasse la chiave della stanza, e Calime provò con ferina agilità a rubargliela di mano, ma non vi riuscì: a Demar bastò un movimento di mano, e subito dopo la chiave era nella serratura.
Aperta la porta, la scena che si parò dinanzi ai loro occhi fu confortante: un fuocherello acceso, una poltrona e un piccolo tavolino. A completare l'arredo, un letto matrimoniale.
Calime e Demar rimasero a guardare quello spettacolo allibiti.
«Io lo uccido…» disse Calime non appena vide il letto matrimoniale.
«Beh a me non da molto fastidio.» ammise Demar.
«Davvero?» chiese lei. «Allora immagino che per te andrà bene dormire sul pavimento» disse, ma il cavaliere si era già accomodato sul letto e aveva cominciato a spogliarsi.
«C-cosa fai?!» chiese la ragazza sconvolta.
«Mi cambio. Non dirmi che non hai mai visto un uomo a torso nudo…» disse Demar rivolgendole uno sguardo malizioso.
Calime diventò rossa dalla rabbia. Ma dovette rassegnarsi. Aveva capito ormai che convincere quell’uomo era come cercare di far splendere il sole di notte.
«Girati» disse prendendo la camicia da notte da sotto il cuscino.
Demar sbuffò infastidito, ma si girò verso la finestra che dava sul paesaggio notturno. La pioggia continuava a battere, più forte di prima. La luna veniva, talvolta, oscurata dalle fitte nubi di quella sera, che nascondevano le stelle nel loro abbraccio.
«Hai fatto?» chiese. Era pur sempre un uomo d’onore, e questo gli vietava di girarsi.
Calime si era appena cambiata e si andò e stendere dall’altro lato del letto.
«Buona notte» disse secca. Almeno per lei, la questione era finita li.
Demar, poderoso nella muscolatura, afferrò il lenzuolo e lo tirò verso di se, per fare dispetto a quella che ormai sarebbe stata la sua compagna di giaciglio, quindi si coricò.
Calime rispose con il tirare ancora più forte dalla sua parte: l'uomo non controbatté, bensì si girò verso il muro con il volto e il corpo, e chiuse gli occhi.
Passarono tre minuti e ventisei secondi di silenzio: l'unico rumore che si udiva era una civetta che, avendo fatto il nido sull'albero davanti la finestra della stanza, emetteva un lugubre verso che risuonava in tutta la contrada.
Un tuono scosse l'aria, un fulmine illuminò a giorno la stanza da letto dei due guerrieri: Demar fu sorpreso di notare, attraverso i movimenti del materasso, un sobbalzo alle sue spalle.
«I grilli ci danno dentro stasera.» La sua calda voce risuonò come un richiamo affettuoso di un animale preoccupato per i suoi cuccioli: notò che anche Calime, come lui, era agitata, poiché non stava completamente ferma nella sua posizione.
«Basta!» disse lei alzandosi di scatto dal letto. «Non posso dormire in questo modo…anche perché questo non è dormire!» disse. «Quindi ora tu ti metti per terra!»
«Non credo proprio» disse Demar tranquillo. «Per me va bene così»
Calime prese un cuscino e glielo sbatté addosso. «Alzati!»
«La vuoi smettere di comportarti in questo modo, così infantile e irritante?!» chiese ad un certo punto l’uomo decisamente scocciato. «Anche a me non va a genio questa situazione, ma cerco di adattarmi» disse ora con una voce più calma.
Calime rimase zitta. Quel commento l’aveva impietrita. Nessuno le aveva mai risposto così. Avevano tutti troppa paura.
«Mi è passato il sonno» disse ad un certo punto Demar, alzandosi dal letto e andando alla finestra.
Calime rimase zitta.
«Ora non parli più?» chiese lui accusatorio, ma con un tono gentile.
«Perché tu non sei come tutti gli altri?» chiese lei ad un certo punto tenendo il cuscino tra le braccia.
«Cioè come?»
«Gli altri hanno paura di me.»
«Non dirmi che non riesci a gestire una situazione diversa dal normale? Non me lo aspettavo da una come te.»
«Tu non sai niente di me...» disse quella a bassa voce.
«Beh, magari potresti aiutarmi a capire qualcosa» rispose Demar incuriosito. E dato che ormai aveva perso di tutto il sonno, almeno voleva qualcosa da fare in alternativa.
Calime avvicinò le braccia al busto, a contatto con il cuscino. Non era sicura di voler rivelare ad un perfetto sconosciuto i suoi segreti. Ma infondo quello strano tipo le ispirava qualcosa di diverso, nessuno le aveva mai fatto quell’effetto. Forse poteva fidarsi.
«Sin da quando ero piccola... sin da quando ero piccola, i miei genitori non si sono curati molto di me. Erano sempre alla ricerca di qualche mezzo per poter sopravvivere; sai, sono nata in una sporca contrada dove non passa mai nessuno, e chi sopravvive è solo il più bravo ad arrampicarsi sugli altri per avere un pugno di cibo in più alla sera da poter masticare.
Era totalmente inutile pretendere che siccome ero una bambina, mi passassero del cibo e del danaro, poiché non v'era tempo, e non si viveva certo nel benessere e nel lusso.
Imparai così a questo duro prezzo che se volevo qualcosa, dovevo avere coraggio, essere sprezzante del pericolo e conquistarla, anche generando un lago di sangue attorno a me.
Questo mi ha segnata nel profondo... ma tu non puoi capire.» disse abbassando la testa, in imbarazzo, dopotutto aveva appena aperto se stessa ad una persona che non aveva mai visto e di cui non sapeva nemmeno il nome.
«Ma cosa mi fai dire?» chiese arrabbiata. «Non ho la più pallida idea di chi tu sia! Perché dovrei raccontarti la mia vita…?»
Demar rimase li a guardarla per un po’. Era molto bella.
«Sono Demar» disse poi. «Adesso sai chi sono. Un cavaliere errante, uno di quelli che rischiano continuamente la vita per degli sconosciuti» si stupì del modo in cui lo aveva detto, come se avesse odiato quel lato del suo “lavoro”. Rimase in silenzio.
«Sei un tipo deciso tu» disse all’improvviso Calime. «Immagino che questa nostra conversazione sia solo un modo per passare il tempo…»
«Beh, la puoi vedere come vuoi… magari si trasforma in qualche altra cosa» disse l’uomo appoggiando la schiena al muro.
«E tu? Almeno ora sai qualcosa di me… io niente di te.» disse lei cominciando a fissarlo. Demar sorrise: «Beh di me c'è da sapere ben poco in realtà. Sono cresciuto con il mito di possenti cavalieri che si sfidavano in un'era dove la cavalleria e il vecchio codice erano ancora in voga. Purtroppo, come puoi vedere da te, i buoni vecchi guerrieri non ci sono più; per via della mia prestanza fisica, orfano di padre e madre, sono stato cresciuto da un gruppo di religiosi, che mi hanno tirato su con i loro precetti: servire il bene è il mio unico scopo, ma a volte, pur vivendo bene prestando i miei servigi a chi ne ha bisogno, poiché ottengo non raramente laute ricompense, mi chiedo il perché di ciò che faccio.
È per questo che prima ho detto quello “sconosciuti” con così tanta amarezza: mi è capitato spesso di salvare persone che non hanno poi dimostrato riconoscenza. A volte ho dovuto aiutare persone in difficoltà, venendo a sapere solo più tardi che magari avevo aiutato un assassino a cavarsela, o un ladro a fuggire portandosi dietro il bottino.»
Calime guardò Demar assorta: «Non ti capita mai di rinnegare questi precetti?»
Demar rispose: «Scuoto la testa e cerco di non pensarci»
Tra loro cadde il silenzio. Ognuno di loro, in realtà, pensava che l’altro fosse in un certo senso più simile all’altro di chiunque altro; lo aveva sentito Demar e ora lo sentiva anche Calime.
Intanto fuori la notte passava, lenta e inesorabile. Nella locanda era caduto il silenzio, si sentivano solo i loro respiri e il battito dei loro cuori nervosi. Le urla sguaiate degli ubriachi erano cessate da un pezzo. Probabilmente erano già svenuti per la sbornia e il locandiere era andato a dormire.
«Che silenzio» disse lei ad un certo punto, non sapendo come spezzare quel momento imbarazzante.
«Già» rispose Demar.
In quel momento Calime sentì come un irresistibile impulso di parlare, di confidarsi. Le era venuto all’improvviso senza un motivo.
«Sai, in verità non sono come appaio» disse.
Demar la guardò un po’ sbigottito.
«Cosa intendi dire?»
«Che io non sono così in realtà…forse…forse è solo il modo in cui voglio apparire» disse rivelando un importante verità anche a se stessa. «È solo il modo in cui gli altri si aspettano di vedermi…» si perse in quello strano discorso che aveva appena iniziato.
«Insomma» continuò «Io non mi rivelo così come sono, così come un prestigiatore non rivela i suoi trucchi e il suo vero essere. In tutti questi anni, mi sono costruita addosso una maschera di terrore, e ormai tutti quando vedono Calime per strada, non pensano che ci sia un cuore pulsante dietro lo sguardo spietato che rivolgo per rafforzare la mia autostima.
In realtà io vorrei amare, correre, giocare... ma non mi è permesso. Quando mi avvicino gli altri scappano. E non l'ho mai considerato come un male: mi sono soltanto presa in giro.
Sono stata una vittima degli eventi, che mi hanno resa una perfetta mercenaria, disposta a tutto per un pasto caldo o più.»
«E credi che per me sia diverso?» Incalzò Demar «Io ormai sono intrappolato nel ruolo di cavaliere. A dir la verità, non so nemmeno io se quello che faccio è giusto o no…a volte…a volte vorrei fare solo come mi dice la testa. Vorrei scappare via e farmi i fatti miei, invece di salvare persone che non ho mai visto in vita mia. Forse sono stati i monaci a farmi crescere come volevano loro…a costruirmi il volto che non è il mio in realtà…»
Demar e Calime rimasero in silenzio, come se dovessero riflettere su ciò che avevano appena detto, o scoperto, poiché avevano appena aperto loro stessi e i sentimenti che si portavano dietro da tempo. Sentimenti che in un qualche modo avevano il loro peso.
«Non avrei mai creduto di poter dire certe cose…» disse all’improvviso Demar, che sentiva come se avesse tradito se stesso, il suo essere e i monaci che lo avevano allevato.
«Forse aspettavano solo il momento buono per uscire…» aggiunse Calime. Già… il momento in cui entrambi avessero incontrato una persona in grado di capire davvero certi sentimenti…
Demar annuì. Ma non disse niente. Sapeva che la ragazza aveva ragione, e ora capiva cos’era stata quell’affinità che aveva sentito tra loro quando l’aveva vista la prima volta.
Si coricò di nuovo, muto, accanto a quella donna, che lo guardava in modo oscillante tra il perplesso e il triste.
«Adesso possiamo dormire, non pare anche a te? Ci siamo sfogati per bene» Disse dunque Demar, chiudendo gli occhi e rivolgendo il volto verso la finestra. Con la mente vagò verso il ricordo di tutti coloro a cui aveva prestato servizio.
Calime, nel frattempo, pensò a tutte le malefatte che aveva commesso per il solo denaro, a tutte le persone che aveva ucciso. A tutto il male che aveva causato.
E si sentì, per la prima volta, schifata da tutto ciò.
Non le importava più del denaro, non le importava più del suo benestare; le importava, in quel momento, solo di stare dalla parte giusta.
Una lacrima cadde.
E dopo qualche secondo di silenzio, questo fu rotto dalla voce di Calime singhiozzante: «Non voglio più essere così.» erano ormai ritornati nel letto, senza curarsi del fatto che erano insieme. Mise una mano sotto il cuscino guardando malinconicamente la stanza attorno a lei, come se cercasse di trovare un qualche conforto nel buio.
«Non siamo costretti ad esserlo» disse Demar che in quel momento stava riflettendo come lei. «Ma forse, questo non è il momento di pensarci… dopo tutto domani dobbiamo ripartire presto…» disse. In realtà sapeva che quella notte nessuno dei due avrebbe chiuso occhio, poiché ora i loro pensieri erano occupati da qualcosa di enorme, qualcosa che li aveva accompagnati per molto tempo, assopita nel profondo del loro animo.
Quella notte fu tormentata per tutti e due. Nessuno riuscì ad avere un sogno tranquillo, inconsciamente stavano per prendere le loro decisioni, quelle che ti cambiano la vita. Non era una cosa facile essere se stessi con persone che si aspettano di vederti in un certo modo, questo lo sapevano entrambi ed era esattamente per il medesimo motivo che si erano inconsciamente costruiti quella strana personalità che niente aveva a che fare con loro.
Il mattino arrivò lentamente, quella era stata la loro notte più lunga. Il cielo era invaso dai raggi del sole e coperto da qualche nuvola, niente lasciava intravedere i segni del temporale del giorno prima.
Demar e Calime si alzarono senza parlare. Avevano preso un’importante decisione.
Si vestirono in silenzio, e entrambi sentivano una strana malinconia e tristezza, ma infondo al loro cuore cresceva una grande determinazione. Si scambiarono poche occhiate, come se avessero fatto qualcosa di sbagliato l’uno nei confronti dell’altro e poi decisero di scendere. Era ancora molto presto e probabilmente al piano di sotto non c’era ancora nessuno.
Scesero le scale e si trovarono nella grande stanza della sera prima, vuota e spoglia. Demar cominciò a sentire la mancanza di tutto quel trambusto e quell’aria gioviale. L’oste era in piedi dietro al bancone, ancora con l’aria stanca e assonnata.
«Ma voi non dormite mai?» chiese un po’ irritato, ma dopo tutto quello era il suo lavoro, così non aggiunse altro e corse verso una porticina – probabilmente la cucina- e tornò con due tazze di latte fumante e pane.
Demar e Calime pagarono in fretta e l’oste prese in mano il denaro con aria compiaciuta e poi scomparve di nuovo nella cucina.
«Dove andrai ora?» chiese Calime, sempre evitando lo sguardo dell’uomo.
«Non lo so in verità» rispose lui. E poi aggiunse sorridendo «Dove mi porterà il cuore.»
Calime sorrise con lui, un sorriso che non serviva ad altro che a nascondere la sua profonda tristezza.
Demar finì in fretta la sua colazione, mentre la ragazza ci mise un po’; troppo persa nei suoi pensieri si era incantata a giocherellare con il cibo.
«Sarà meglio andare.»disse poi lui e si alzò spostando lentamente lo sgabello; guardò Calime. «E’ stato un piacere conoscerti Calime.»disse e poi si avviò verso l’uscita, scomparendo dietro la porta e lasciandola sola nella grande stanza vuota.
Calime non poté fare a meno di trattenere una lacrima, ma per la prima volta mostrarsi così debole non le dava alcun fastidio, anzi avrebbe addirittura sperato di essere vista da qualcuno. Aveva trovato un amico, una persona uguale a lei e doverla lasciare così era come separarsi da un fratello o un genitore, sapeva che era un cosa stupida, dopo tutto lo conosceva da meno di un giorno, eppure già sentiva di conoscerlo da una vita intera.
Senza pensarci corse fuori dalla porta e vide Demar che camminava lentamente sul sentiero, quasi come se la stesse aspettando. Calime gli corse incontro e quando lo ebbe raggiunto lo fermò afferrandolo per un braccio. Lui si girò e la guardò dolcemente. «credevo che non mi avresti raggiunto.»
Calime arrossì e distolse lo sguardo, ma poi ritornò a fissarlo negli occhi e disse con convinzione «voglio venire con te.»
Demar sorrise. «Forse non è il caso…»
«Perché?»
Demar fece un respiro profondo, come se stesse per rivelare un grande segreto.
«perché non devi dipendere da me. Dobbiamo imparare a essere noi stessi da soli, senza dover contare sulla presenza di altre persone, altrimenti non ci riusciremo mai.» gli carezzò la guancia.
«Dobbiamo imparare ad andare per la nostra strada.»
Calime abbassò la testa e mise la sua mano su quella dell’uomo.
«promettimi che ci riuscirai, perché io mi impegnerò con tutte le mie forze, e poi un giorno, ci rincontreremo. PROMETTIMELO.» disse ora; aveva alzato il viso.
Demar sorrise e le fece l’occhiolino. «Te lo prometto. Parola di cavaliere.» Anche Calime rise e poi gli lasciò il braccio.
«allora buon viaggio» disse.
Si guardarono per un po’ e poi quasi senza pensarci si strinsero in un abbraccio che durò alcuni minuti.
«Arrivederci, Calime» disse il cavaliere e poi si avviò per la sua strada.
Calime rimase ferma a guardarlo, sentendo un’eccitazione enorme crescere in lei. Ora sapeva cosa doveva fare e in cuor suo era convinta che quello non era un addio, che avrebbe rincontrato quell’uomo quando entrambi avrebbero scoperto chi erano davvero.
Friday, October 2, 2009
Il vero volto dell'uomo.
Pazza cosa. Ho ripreso in mano una storia scritta più di un anno fa. Con la mia coautrice preferita, quella con cui mi integro meglio. Leggetevela, se non avete niente da fare.
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Delirium
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