Leggete, e ditemi cosa ne pensate :D
I due ragazzi camminavano, incuranti del buio, lungo la strada che portava alle loro case. Tornavano a casa da una festa, entrambi diciassettenni, entrambi leggermente sbronzi.
«Beh, comunque a me non sembra che lei facesse la scema. Tutt'al più, era lui che ci provava.»
Gabriel, altezza nella media, capelli neri, occhi marroni, e il vizio di morsicarsi il labbro inferiore. Uno di quei ragazzi, insomma, da cui non ci si aspetta nulla; nè in negativo, nè in positivo. Normalità.
«A me invece è parso che Emily cercasse in tutti i modi di attirare l'attenzione di John, soprattutto quando stavamo ballando tutti insieme. Non so, magari è stata solo un'impressione.»
A dire queste frasi Michael, migliore amico di Gabriel. Anche lui di media altezza, ma con capelli castani e occhi blu oltremare. Di quelli che fanno cadere le donne ai tuoi piedi con uno sguardo.
Ma lui non era interessato a questo; a lui piacevano i computer, ed era follemente innamorato della sua professoressa di informatica.
Se gli fosse stato chiesto, avrebbe dato a Gabriel anche un rene, e l'amico, in caso di necessità, avrebbe fatto lo stesso.
Camminavano. Immobili nel loro movimento. Entrambi con le mani in tasca, con lo stesso passo. Se Gabriel non si fosse morsicato il labbro, avrebbero potuto apparire come due gemelli.
«E non morsicarti quel dannato labbro, Gabe. Il giorno che bacerai Lily, le lascerai addosso una striscia di sangue, se continui così.»
«Mike, ti prego, non rompere» Disse Gabriel all'indirizzo dell'amico. Era di cattivo umore; la ragazza per cui aveva una cotta, Lily, probabilmente non lo aveva mai notato, e se Gabe avesse continuato in quel modo, non si sarebbe mai accorta nemmeno della sua esistenza.
«Dannazione, ma non capisci?» Michael parlò in tono severo. «Se non ti metti in evidenza, non riuscirai mai nemmeno ad apparire ai suoi occhi. Rimarrai per sempre nell'ombra a sperare che lei ti trovi per caso.»
Gabe sbuffò: non era la prima predica che incassava dall'amico, e sapeva benissimo che Mike aveva ragione; era proprio per questo che quelle parole gli bruciavano.
Si sentiva il ragazzo più anonimo di New York, senza una soluzione alla mano che potesse fargli acquisire notorietà agli occhi di quella bella ragazza che vedeva tutti i pomeriggi in biblioteca. Si, biblioteca. Gabe era un topo di biblioteca, al quale piaceva immergersi per ore, silenziosamente, nelle più svariate situazioni. All'arrembaggio con i tigrotti di Sandokan, o sull'isola deserta di Robinson Crusoe.
Ma la sua lettura preferita sarebbe sempre rimasta la Divina Commedia, del sommo Dante Alighieri. Specialmente l'Inferno.
I due ragazzi continuavano la loro marcia. «Se non si fosse rotta l'automobile di George, a quest'ora saremmo già a casa.» Disse in tono amaro Mike, mentre Gabe si fermava di botto.
«Che c'è?» Chiese il giovane; «Guarda là, e fà silenzio...» rispose Gabe in un sussurro. Quello che i due videro raggelò loro il sangue. Un uomo. Morto. A terra. E su di lui, chino, un altro uomo. Che continuava, almeno da quel poco che i ragazzi potevano vedere, a mordere il collo del morto.
«Dannazione!» Esclamò Gabe a bassa voce, trascinando con sè Mike, al sicuro, dove quello strano uomo non potesse trovarli. Ma Mike, nell'assecondare Gabe, commise l'errore di far rumore con i piedi; in un attimo il volto del presunto omicida si alzò, e i suoi occhi scrutarono nel buio. Dopo qualche secondo, aguzzando la vista, scorse una nuvola di vapore che veniva da dietro un bidone della spazzatura: si alzò, e silenziosamente si diresse verso il posto dove erano nascosti i due ragazzi.
Fece lentamente capolino, fino a ritrovarsi faccia a faccia con Gabe, terrorizzato fino al midollo, il quale vide un volto leggermente emaciato, e un rivolo di sangue che colava lungo il mento.
Gabe rimase muto, mentre l'uomo lo agguantava e lo sollevava con una forza inaudita. Subito dopo esplose in un urlo, ma non servì a nulla. Sarebbe morte qualche secondo dopo a causa di un colpo da parte della creatura, se Mike non avesse lanciato contro lo stomaco dell'essere un sacco ricolmo di rifiuti. Istintivamente il tipo lasciò cadere Gabe, il quale non perse occasione per correre via, in direzione di Mike, il quale lo seguì. Gli urli fuoriuscirono dalle loro gole come un fiume in piena, ma non valse nulla: a quell'ora la periferia di New York era immersa nel sonno, e nessuno avrebbe sentito quella richiesta d'aiuto.
«È UN VAMPIROOOOH!» Urlò Mike al vento, mentre con Gabe svoltavano in una via stretta e buia. Mancava poco alle loro dimore, ma a loro sembrava una distanza incommensurabile. Immediatamente il vampiro svoltò l'angolo, e con un salto si portò ad una distanza tale da afferrare una gamba a ciascuno dei due ragazzi.
«DANNAZIONE!» Strillò Gabe, cercando di prendere a calci la mano della creatura saldamente attaccata alla sua gamba. Furono entrambi sbattuti a terra, e mentre il vampiro pregustava il suo pasto fissandoli, Mike urlò, invece Gabe, mentre tutta la vita gli passava davanti, analizzò il suo persecutore.
La mente umana è molto strana. Mike, nei momenti di tensione, aveva fame; Gabe diventava un acuto e pignolo osservatore. Potè così constatare che il vampiro non sembrava molto diverso da un uomo normale. Aveva il fisico di chi ama mantenersi in forma, e, pur essendo il clima molto freddo, lui non pareva avvertirlo: portava solo una canottiera, nera, e dei pantaloni dello stesso colore. Aveva delle leggere occhiaie, ma i suoi occhi azzurro ghiaccio erano brillanti come non mai. Per lui, quella era vita, e lo si capiva da come guardava le sue due nuove vittime. Mani di medie dimensioni, e così per il resto del corpo. Non aveva i canini appuntiti, nè artigli. Sembrava, a vederlo senza sapere, un uomo comune.
«Quanto tempo...» il vampiro iniziò a parlare, «ben tre prede, da leccarsi i baffi persino per un maestro dell'agguato. Ma è anche vero che mi siete capitati tra capo e collo. Sarà stato il fato... il fato a volere che io mi cibassi del vostro sangue.» Il monologo del vampiro si chiuse, e la sua testa si avvicinò al collo di Gabe, il quale rimase inerme ad attendere la sua fine. Chiuse gli occhi, ed attese.
Ma non sentì mai i canini trapassargli l'aorta: riaprendo gli occhi, vide una lama che baluginava alla luce della luna, mentre il vampiro, con sguardo atterrito, tremava. Dopodichè l'essere rotolò su un fianco, ed immediatamente fu in piedi. Un uomo si profilò, e camminò verso il suo avversario, puntando verso di lui una spada piuttosto grande. Riusciva a brandirla con un solo braccio.
«Maledetto verme, non turberai più l'Ecosistema con la tua stupida Fame. Adesso ti ucciderò, e la tua fastidiosa presenza sarà solo un vecchio ricordo, come i ventisei omicidi che hai commesso.
Sei imputato dell'accusa di pluriomicidio. La sentenza è...» l'uomo alzò la lama, e si mise in guardia «colpevole. Vi sarà stanotte giustizia sommaria per te, schifoso Vampiro.»
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